ANILA HANXHARI: L’OLOCAUSTO DELLA LIBERTA’

“Quindi i satrapi, i prefetti, i governatori e i consiglieri del re
si radunarono per osservare quegli uomini:
il fuoco non aveva avuto alcun potere sul loro corpo,
i capelli del loro capo non erano stati bruciati,
i loro mantelli non erano stati alterati
e neppure l’odore di fuoco si era posato su di loro”
(Daniele 3:27)

Pescara, 6.01.2017 – Testimonianza di Dimitri Ruggeri sulla lettura della silloge “Tiro a sorte la libertà”  di Anila Hanxhari – Nella complessa declinazione e interpretazione dei testi sacri ebraici il Midrash potrebbe essere inquadrato come una “predisposizione dell’anima” che non si ferma al senso letterale delle parole ma cerca di andare oltre il segno e il suono. Tra le diverse fonti, senza addentrarmi pericolosamente in una materia teologica tanto complessa, questo “strumento” arriva a detonare i caratteri della spiritualità interiore femminile.

È in questo contesto cognitivo che “Tiro a sorte la libertà” di A. H.  prende forma e lo fa come un Midrash, ovvero una ricerca personale e interpretativa che va al di là della triade ortodossa che compone il poetare efficace e “politico” moderno (o almeno come dovrebbe essere): pensiero, parola, azione.

Leggendo la silloge si ha la sensazione che il “racconto” epico, che si sviluppa pagina dopo pagina, viva una quarta dimensione ancora propedeutica alla stesura e che domina dall’alto gli assi compositivi x,y e z formattati a dovere dalla triade divina summenzionata (pensiero, parola e azione).

Io inizierei a soffermarmi su questa quarta dimensione in cui A.H., ci comunica, in assenza di un medium definito, la sua Jihād: una sorta di guerra interiore e personale che la porta a credere e confidare nel mistero e nella religione della memoria. Credo che tutto ciò possa cristallizzarsi anche in assenza di un mezzo perché quello di cui sto parlando non è limitato soltanto al libro fatto di cellulosa o pixel ma è estensibile anche al suono e al ritmo delle parole musicate da beat incontrollabili al gusto di un jazz negro primitivo e improvvisato.

Le parole/segno si perdono nell’aria, diventano soliloqui, silenzi e corrispondenze di sensi da riempire; a tratti totalmente prive di una connotazione terrena. Il nonno, che spesso ci descrive, chi è in realtà? Potrebbe essere un barbuto Dio proprio delle iconografie – esistenti e non delle maggiori religioni – o semplicemente un vecchio in carne ed ossa che vive ingobbito sulle colline cavernicole dei villaggi africani per essere consultato dal popolo nel momento topico di prendere decisioni importanti. E la madre, altro memoriale poetico onnipresente? Un essere, descritto dall’autrice, puro e lunare  privo di impronte digitali che non ha e non vuole avere una terra definita in una galassia iuris sanguinis in cui la tormenta che imperversa è quella dell’olocausto e del dolore delle parole che soffrono, stridono, cozzano col mondo e con i permessi di soggiorno reali, bisunti e burocratici della globalizzazione. La famiglia potrebbe essere la causa che lascia trasferire la lotta, pericolosamente e bestialmente all’esterno oltre che proliferare ancora di più all’interno con una malattia senza la cura.

Il desiderio di A.H. è un non desiderio in cui “[…] Tutti i luoghi mi portano a casa […]” perché la voce del grillo parlante è ancora quella rassicurante del nonno: “[…] La parola darla come pugno che non ha forza della morte ma la forza della vita […]“. Il sogno e il desiderio non sono contemplati perché poeticamente banali in questo contesto drammatico.

Quando poi “[…] La poesia è una preghiera a stomaco raso/un candelabro d’ira che spegne la luce […]“, ecco che dal buio pesto ma vivo tenta questa spola sensoriale che oscilla continuamente tra l’anabasi e catabasi.

Vivere la sua dimensione porta apparentemente alla follia “[…] lo sa solo una pazza come si tratta una pazza […]“, ma dietro essa si celano difficili verità da sostenere.

Concludo con quella che per me è la sua personale firma-metafora sulla poesia e che poi è la soluzione ai mali non combattuti del mondo: “[…] La poesia è come esaminare un cadavere / annaffiare le mele / e trovare il recinto / quando si lavora con le api […]“. Quindi i lettori devono prima morire per toccare la sua quarta dimensione e far si che almeno “ l’odore di fuoco”  possa essere annusato.

RIPRODUZIONE RISERVATA – GENNAIO 2017

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