Shiva Guerrieri: Luci dal fondo

Recensione al libro Luci dal fondo (2016, Portofranco) di Shiva Guerrieri a cura di Dimitri Ruggeri – “Andrò in giro da solo e mi troverai sbattuto / in qualche bar fottuto /imbottito di veleno e fragilità”. Potrebbe essere sintetizzata in questi tre versi, tratti dalla poesia “Fragilità e veleno”, la tensione emotiva e poetica dell’intera silloge. Rabbia, amore, gelosia, amicizia e introspezione sono alcuni dei temi che caratterizzano questa sorta di canzoniere empatico a ritmo di beat.

Eppure, la sana, genuina e personale tossicodipendenza emotiva del poeta lascia spazio alla divagazione collettiva dei pensieri umani. Sarà forse un caso, ma queste liriche in verso libero a tratti distrattamente rimate hanno la forza della forma poetica meno ortodossa in uso nella tradizione, e cioè quella dell’oralità veloce e diretta della parola.

Non è, infatti, un altrettanto e fortunato caso che le fragilità e i veleni di Shiva abbiano trovato in passato la cura, partecipando alla competizione poetica di massa del poetry slam1 (in inglese letteralmente sberla) in cui la poesia scritta esce dal libro e diventa orale instaurando con la comunità, ascoltatrice e giudicante, un tutt’uno. Il mondo del poeta diventa finalmente e realisticamente il mondo della comunità e viceversa.

Le luci dal fondo prendono forma man mano da questa premessa, in un percorso graduale, faticosamente e volutamente narrativo, a tratti autobiografico, partendo da deboli assiomi pronti ad essere messi in discussione forsennatamente: “Siamo il debole riflesso di qualcosa che è maggiore”, con domande antipoetiche, filosofiche, a tratti scientifiche, “Quali sono le risposte, se persino i Poli, prima o poi si invertono?”.

Il poeta, in altri momenti, diventa consigliere concreto del lettore attraverso passaggi formali simili ad aforismi (“La sincerità non bada a conseguenze. / La vera sincerità prende coscienza della sua inadeguatezza lottando […]”), ammettendo la sua sicurezza cognitiva di quel che è nel mondo: “Riprendo il viaggio / barcollando verso il tuono, / sapendo sempre e solo / di essere quello che sono”.

In effetti, le singole poesie sono scatti fotografici che delineano e ambientano un lieto marciare della lettura e che hanno una scenografia assolutamente naturale (“Capita che il Sole ti volti le spalle / e fugga dietro le montagne”), rafforzata nella forma e contenuto delle liriche con Haiku apocrifi incorporati: “Vuoto intorno, prati sfioriti / si ferma il mondo”.

Nel sorseggiare il veleno quotidiano, fatto di dolori, delusioni e fraintendimenti si diventa immuni, soprattutto se il caos delle parole lascia spazio a quello della concretezza oggettiva del reale, con il riflesso dei propri limiti e carnali lineamenti: “Non sarà uno schermo / l’illusione di parlare a un orecchio. / Meno pazzo e più coerente, questa volta, / sarà chiedere allo specchio”.

In tutto questo la poesia di Shiva è un’arma di difesa che, come una sberla, a tratti diventa sana arma d’offesa.

1gara di poesia tra poeti in cui la guiria, estratta a sorte dal pubblico, decreta il vincitore: http://www.poetryslamabruzzo.wordpress.com

RIPRODUZIONE RISERVATA – SETTEMBRE 2016

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