Barbara Giuliani: le gambe di chi scrive poesie

Foto Barbara Giuliani
Poesie scelte da Dimitri Ruggeri – “Quello che leggi puoi toccarlo. Questa vita è troppo veloce, modalità slow emotion attivata”. (cit. Barbara Giuliani)

*

Bevo solo dopo le 22%
(Non chiamarmi prima)

Tu cadi quando non ne hai bisogno.
Anche.
E non ti parlo di strutture.

Non ti danno nessun premio
se vinci il gioco del silenzio.
Sei nel tempo in cui per fare merenda dovevi aspettare le quattro;
di pomeriggio.
Solo notte.
Da qui;
mettersi a coda.

Non ho parenti che non sia io.

Bevo di plastica e acqua appartenendo a calme.

-Fon-da-men-tal-men-te-

L’unica difficoltà al momento sono i trattini.

+Base
+Tetto
+Collo
+Piede
+Mente
+Cuore
(Riassumo)

Alla base di un tetto c’è la donna con il collo del piede che tiene a mente il cuore. Fondamentalmente non è una parola che regge il tempo di una poesia.
Parti dal presupposto che questa non è una poesia. Non so scriverle.

No ansia,
no corpo unico,
no te stessa,
no parte di te.

Patagonia un cazzo.
Meseta patagonica argentina.

Non posso guardarti, piove ancora.

Mercoledì è il giorno buono
che veste la settimana;
momentaneamente ottobre non è un mese.

Perpiacere;
attacca la calma del mio vizio sulle banconote di ferro.
Ferro per ferro; afferro.

:
Ci vuole coraggio ad aprire un verso con “:”

Parli di deserto e di accamparsi.
Ti parlo.
Di luoghi e mentre.
E 10€ per cambiarti la vita.
Speculo sulle ombre, nozioni di chiaroscuro e panoramiche cromatiche di tintafondo sottile.
E le ballerine sono in poesia tanto quanto un duetto di Ben Harper e Eddie Vedder.
Come una mostra fotografica su Parigi; posso dirti di averla vista. E non ricordo il numero della stanza di posa.

Sull’acqua non lo so. Non lo so davvero.
Sulla morte e sui cartellini scontati del 30%.
Sulle squallide rive delle mani.

Non trovare una scusa per leggermi.

A-pelle.

Teoria del fagiolino.
Un fagiolino è verde. E noi con il verde non ci costruiamo nulla. Sciocchezza per cui raccontare una serie di conseguenze appetibili.
Le donne con i tacchi aspettano l’autobus sempre in piedi. I bambini sotto i dieci anni non sanno computare la parola cerbiatto. Gli uomini con la barba non sanno dell’esistenza degli spazzolini da viaggio. Le borse si vendono singolarmente e non a paia, mentre le braccia sono due. Si buttano in media dieci milioni di graffette l’anno e posso giurarti che non cadono nei tombini.

La domenica è dedicata alla droga pisciata. Non ha mai nessuna decente probabilità di trovare luce funzionevole nei bagni pubblici.

Cruncing sky.
Finte sepolture in stile Giappo.
Le carpe non guardano la televisione.
Eliminando tossine di acidi vocali.
Temperatura in grammi.
Non lo so davvero.

Parto dopo la stagione delle piogge.

La depressione non è un sentimento.
Il sabato è il giorno della pizza nel cartone.

Danger Mouse & Daniele Luppi.

Se è faro,
allora è pasticcino alla crema di vaniglia.
Se è gatto,
allora è partire.

Non torno nemmeno se mi giuri che il mondo oggi l’hai costruito solo per me.

Non credo alle confezioni regalo, ma puoi fregarmi raccontando la favola del tricheco che vide la foca monaca mangiare l’orso polare sull’asfalto bollente di una domenica di dicembre.

Brillando lamponi cristallizzati su torte di Uranio.

Non ci sono cose migliori, ma solo cose; nude.

L’ombra che chiamo bella; è la tua.
E non ha indirizzo.

Attacca.
Riattacca.
Attacca.
Tuttoappicciatovalequantounattaccastaccariattacca.
Finendo di giocare con vestiti senape, per ore che non le chiami, ma le aspetti.

Fango di cielo e nuvole di mare.

Amo delle cose in elenco.

+Le persone che suonano il clacson nel finto traffico del giorno.
+L’ultimo giro di cartaigienica sul rotolo schiacciato.
+Le sopracciglia nel lavandino del bagno.
+La gomma da masticare attaccata al carr(arma)to delle scarpe da tennis.

Potrei amare molto di più.

*

Verona VS Parigi

Sono il Tu che ti alloggia,
fuori ogni balcone è rimedio,
e ogni angolo diventa Verona.
Vieni a Verona,
per essere balcone,
porto io il rimedio.

L’altronde non è la commistione
dei nostri umori, cambio,
modifica del clima, e
non è ascendente.

Sai andare dove non
arrivo,
dove non
arrivo,
sai andare,
quando formo ritardo;
mai preso un treno notturno.
Gare de Paris Lyon,
ogni giorno almeno dodici convogli per Montpellier.

Portami per una colazione all’alba di un francesismo che sa d’amore,
tra la lavanda nei sacchetti di cotone e l’odore di baguette riscaldata.
Portami per credere che sia amore,
la Nazione ci giustifica, possiamo ancora credere di stare insieme.

La sciarpa lasciata sulla sedia del bistrot e i biglietti della metro dell’anno prima.
Usiamo i biglietti da visita come carte di credito,
acquistiamo con il dove siamo stati,
per andare dove non siamo stati.

Non ho mai visto da vicino una brioche,
ma racconto di averla mangiata,
tra l’amore, le riviste e i volti rosei.

Non ti ho mai abbracciato
guardando Notre-Dame di spalle.
Qualcuno potrebbe dire il contrario.
Uno che sia Uno.

Di Noi
imbrogliando Verona con Parigi.

me.

*

Campari VOLO

Vagine di nuvole,
piove sole ed è chiuso al traffico.

Possiamo continuare?

Puoi comporre dieci numeri a caso, provare la fretta di una telefonata, il silenzio di una cornetta, il suono incastrato di una mano nel cuore, puoi scavare profonde dighe

e lasciare i ragni a filo dietro le tue vestaglie notturne.

Puoi decidere di partire, di preparare latte scremato e cucinare un bignè, ma
non sarà mai come essere andati a capo in questo verso.

Potrai bollirmi le scuse; per farle scendere.

Il cioccolato fondente non è ferro.

Smettila di diluire; tu vuoi che la mancanza ti venga spiegata.

Sono gli esempi che fanno il solo:

Manca il burro nella salvia e mancano le fette biscottate sulla marmellata.
Mancano i precipizi nei burroni, mancano le file nelle attese, mancano gli spaghi nei gomitoli.

Se c’è un essere in amore che non trova pace, è l’essere che in amore non trova pace.
Circondato da diaframmi; la luce è leva per il buio.

Se stendi, fallo per stendere.

Annuncia il ritorno come mai partito, fallo per errore, per tre ore di viaggio con la radio ingoiata dalle galleria, per le pareti veloci, per i fari contromano, per le custodie gelose dei cd;

fallo sembrare come fastidio.

Vorrei portarti e raccogliere i punti di una piadineria in franchising, fare il corso di ikebana con gli occhi truccati a mandorla, scoprire che la didattica teatrale non è una malattia e che possiamo buttare le lattine di birra del discount sotto casa insieme alle bottiglie di acqua rubate nel frigobar dell’hotel di Torino dove non siamo mai stati.

Vorrei raccontarti del caro benzina, degli stipendi bloccati, della messa delle sei.

Vorrei guidare una bici, per i freni. Vorrei portarti in bici per essere in due a usare i freni.

E tristemente ti racconto che sono appassiti gli orecchini, che la pizza è bruciata sui bordi, che il rimmel non lo compro da quattro anni, che le scarpe sfondate vanno usate quando piove, che le matite non saranno mai delle penne, che gli occhiali da vista sono sporchi, che ho venduto dieci mollette per i capelli a una donna calva e.

Sono ostaggio, non per il riscatto, ma per il viaggio.

I minuti sono veri; confermo.

Questo autunno sarà caldo, per le maree, per le donne con le gonne arancio, per i cani di taglia medio-piccola, per le etichette dei sughi già pronti e.

Le stagioni esistono; confermo.

Espérer.

E’ francese; confermo.

Sei tu?

Ho riconosciuto il destino, non dal viso, dalla temperatura, dalla velocità di immersione, dalla pressione arteriosa, dalla foto sfocata di un panorama, da pagina quindici dell’Avvenire; un panino all’autogrill c’è sempre nel destino.

Mentire. Mentire è alla base di questa conversazione tra me e te, che diventi me. E me non è te. E te non è me. Teme. Mete. E la e non è in carico di accento.

Mento.

Sono il Alaska a sciogliere i ghiacciai, sono in India a raccogliere riso basmati, spaccio droga nelle favelas in Argentina e stanno giocando le World Series.

Accade.

Come la tettonica a placche,
la rivoluzione copernicana,
l’induzione elettromagnetica,
come perdere il vaso dei fiori
e non avere l’ancora.

Dirtelo con parole di neve e fiocchi, come la Madonna di un volo, come il come.
Non chiedermelo.

Sono i fenicotteri; rosa.

Campari VOLO.

[…]

Barbara Giuliani classe 79, pescarese, 40 di scarpe, ama i semafori rossi in pieno traffico, la polvere sullo schermo del televisore, le sigarette delle 10 di mattina, l’odore dei pennarelli a spirito e la connessione lenta del PC.

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Un pensiero su “Barbara Giuliani: le gambe di chi scrive poesie

  1. Dicono sempre che esagero, ma testi così interessanti di poesia d’avanguardia non li leggevo dai tempi di Balestrini e di Sanguineti, forse perché, a mio avviso, per essere buoni poeti, occorre disporre di un Q.I. superiore a 120, e Barbara può farne sfoggio. Il suo è un diario dove, in modo disordinato e impudico, senza sublime reti o false retoriche, vengono annotate frasi che, solitamente riprese per elaborare un romanzo, qui costituiscono l’ossatura del fatto letterario, giacché il frammento è tutto in questo mondo sfrangiato di frange nastrini paillettes e macchie di sangue, il patinato è sempe ombreggiato dalla patina delle polveri sottili, e, se riesci a respirare, lo devi fare in apnea. Per questi motivi, Barbara Giuliani è la poetessa che attualmente riesce a dire il mondo meglio di ogni altro in Italia, con una sincerità e con un’audacia vivissime. P.s.: Sono amico di Barbara ma ci vediamo in genere una volta l’anno, e di sfuggita.

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